I sensi che danzano

Vera Borghini

Vera Borghini

Ciao Vera, innanzitutto qualche parola su di te. Chi è Vera Borghini? Cosa fa? 
Sono una danzatrice e studentessa di psicologia presso l’Università degli Studi dell’Aquila.

Con una formazione in danza contemporanea (Marta Ciàppina e Susanna Odevaine), mi sono avvicinata presto alle discipline dello Yoga, Tai chi, Alexander technique e Rolfing, che continuano ad accompagnare il mio percorso di ricerca sul corpo. Sono anche una allieva all’ultimo anno del “corso triennale professionale di danza contemporanea” presso il Balletto di Roma, con direzione artistica a cura di Roberto Casarotto.

Nel 2016 con la facoltà di psicologia ho avuto la possibilità di svolgere il tirocinio presso la Società medica di Self-Analisi-Bioenergetica (SMIAB), che nell’ambito della psicoterapia introduce e privilegia il corpo, veicolo grazie al quale è possibile la scoperta del fatto che “l’organismo vivente si esprime più chiaramente con il movimento che con le parole. Ma non solo nel movimento! Nelle pose, nelle posizioni, nell’atteggiamento che assume, in ogni gesto, l’organismo parla un linguaggio che anticipa e trascende l’espressione verbale”*.

Nel 2017 nasce il corso
“I sensi che danzano”.

* Alexander Lowen, il linguaggio del corpo

Come ti è venuta l’idea di lavorare con una patologia come il Parkinson?
Nel 2016, a Bassano del Grappa, ho conosciuto il progetto “Dance Well, ricerca sul movimento per il Parkinson”, grazie al quale ho potuto esperire, una volta di più, la potenza della danza. A Roma ho parlato con Luigia Acciaroli, una cara amica Parkinsoniana, della mia idea: vederci e danzare, cercando di capire assieme una possibile impostazione per la classe.
Munite della mia esperienza fino a quel momento e del suo Parkinson, nonché della sua determinazione, volontà e vigore, abbiamo cominciato con incontri individuali, per poi accogliere altri partecipanti. La natura stessa della malattia, unitamente alla eterogeneità del gruppo con cui mi sono trovata a lavorare, mi hanno motivata a concentrare sempre di più lo sguardo su un corpo quasi obbligato a dover cambiare i suoi schemi di movimento, e che, attraverso l’accettazione, può sorprendersi e rispondere in modo nuovo agli stimoli dell’ambiente esterno.
Tutto ciò mi ha incoraggiato ulteriormente ad approfondire il discorso sui libri e sul campo, al fine di chiarire, anche grazie all’esperienza, come può essere utilizzata la danza in contesti sociali. Questo anche perché, dal mio punto di vista, la danza è un canale attraverso cui acquisire una ulteriore forma di conoscenza, ascolto e scoperta che sussiste e sostiene la vita stessa, allargandone i confini.
Un corpo pensante e danzante appartiene a tutti e, di conseguenza, tornare ad abitare il corpo consapevolmente, pur non rappresentando certo il rimedio definitivo, può diventare un pensiero costante in grado di offrire sempre un’altra prospettiva.

Perché “I sensi che danzano”?
Al centro della classe vi è sempre il corpo, un corpo invitato all’osservazione di sé e dell’ambiente circostante, messo nella condizione di ripercorrere azioni primarie come camminare, osservare, sentire e toccare; un corpo a cui è chiesto di:
– Tornare alle percezioni e di considerarle come una serie di processi: tornare ai sensi per codificare e imparare nuovamente, aprirsi uno spettro di ulteriori possibilità.
– Cavalcare l’onda musicale, seguire un suono, creare un ritmo a partire dal desiderio di muovere il corpo, di muoversi assieme, padroni del tempo che stiamo creando.
– Affinare la consapevolezza dell’istante presente attraverso, esercizi di allineamento posturale, appropriazione (temporanea) di uno o più luoghi, propriocezione**, incontro con l’altro, scambio. “Essere” il nostro corpo per andare incontro al movimento e danzare all’interno di richieste specifiche, lasciandosi suggestionare e muovere dalle intuizioni.
– Tornare ai sensi per coesistere e comunicare attraverso il corpo attenendosi a un sistema scheletrico, che, seppur inafferrabile, è estremamente presente, e a tutti i sensi, che tale corpo rendono esteso, aldilà di quello spazio.
– Creare un tempo scandito dai nostri movimenti, abitare uno spazio insieme, liberi da pregiudizi, con la capacità di stupirsi ancora e ancora.

** Propriocezione: Insieme delle funzioni deputate al controllo della posizione e del movimento del corpo, sulla base delle informazioni rilevate da recettori periferici denominati propriocettori. Tali informazioni sono elaborate all’interno di riflessi spinali volti al mantenimento della corretta postura e a contrastare la forza di gravità. Fonte: Treccani.

Qual è la tua esperienza fino ad ora con il gruppo di Parkinsoniani che ti seguono in questa attività?Abbiamo iniziato ad incontrarci a Novembre dello scorso anno e da allora è stata una scoperta continua da ambo le parti. Le proposte che porto vengono accolte con una serena dedizione che sa trasformare gli incontri in sessioni ludiche. Io navigo e apprendo attraverso i sintomi sfaccettati della loro malattia, loro imparano ad affidarsi ai sensi, alle prime percezioni.
In questo momento stiamo creando insieme un sistema di movimenti primi, in modo da condividere, oltre che un linguaggio del corpo proprio, un abbecedario comune. Le lettere dell’alfabeto indicano quale movimento far venire alla luce, seguendo associazioni mentali diverse a seconda del gruppo di lettere e sollecitando metodi di memorizzazione differenti.
Per esempio, dalla A alla E abbiamo creato movimenti che ricordano il disegno della lettera di riferimento, dalla F alla L abbiamo abbinato alla lettera un animale, concordato insieme, e presentato un movimento che lo ricordi.
Pochi ma chiari gli obiettivi che ci siamo prefissati:
– Richiamare la mente a danzare verso lettere scritte insieme o creare singolarmente racconti in divenire, tali da renderci unici custodi del nostro mondo immaginario seppur abitanti di uno stesso spazio.
– Percorrere danze che non si sono fatte ancora linguaggio.
– Essere consapevoli di sé e allargare lo spettro delle mobilità.
– Concederci, alla fine di ogni classe, quel refrigerio e quella sensazione di leggerezza e sospensione che ci avvolge.

Vedi una evoluzione di questa proposta nel futuro, prossimo o remoto?
Più che un’evoluzione vedo un’apertura, madre di un cambiamento; da un lato un’apertura di luoghi e spazi, dall’altro uno spalancare le porte ad altri corpi: due elementi importanti per far crescere la danza e il progetto nello specifico. Fondamentale il confronto, lo scambio con corpi diversi e in uno spazio che permetta la condivisione e l’astrazione: un luogo poco comune in cui sia possibile attraversare quell’esperienza assieme.
Creare un sistema di movimento condivisibile da ogni corpo, con Parkinson o meno, conoscersi e riconoscersi attraverso quello che c’è già, non a livello psicologico ma prettamente fisico e gestuale.

Vedo una danza che dilaga in modo consapevole; questo sì, questo sarebbe il cambiamento!

Intervista tenuta da Marco Piccioni

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Un commento

  1. “Questo si, sarebbe il cambiamento”. Bellissima frase per concludere una bellissima intervista. Brava, Vera. Anzi bravissima.

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